Umberto Eco – Il pendolo di Foucault.

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fonte: web

Impelagata in una lettura che può essere sì, di un certo spessore, ma molto interessante in quanto non riesco a trovare altri scrittori che sappiano scrivere qualcosa che abbia senso, eccomi qui a citarvi una bellissima parte de “Il pendolo di Foucalt” di Umberto Eco.
Questa parte che mi accingo a scrivere, è un file scritto di uno dei personaggi del libro, Belbo, che lavora nella redazione di una casa Editrice, correggendo i testi altrui. Ripercorrono, durante tutto il libro, altri scritti del genere. Ma questo, lo trovo molto interessante…

” […] Ricevere Guglielmo S.
– Ho visto il suo lavoro, non c’è male. C’è tensione, fantasia, drammaticità. E’ la prima volta che scrive?
– No, ho già scritto un’altra tragedia, è la storia di due amanti veronesi che…
– Ma parliamo di questo lavoro, signor S. Mi stavo chiedendo perchè lo situa in Francia. Perchè non in Danimarca? Dico per dire, e non ci vuol molto, basta cambiare due o tre nomi. Il castello di Chalons-sur-Marne che diventa, diciamo, il castello di Elsinore… è che in un ambiente nordico, protestante, dove aleggia l’ombra di Kieerkegaard, tutte queste tensioni esistenziali…
– Forse ha ragione.
– Credo proprio. E poi il suo lavoro avrebbe bisogno di qualche scorcio stilistico, non più di una ripassatina, come quando il barbiere dà gli ultimi tocchi prima di piazzarle lo specchio dietro la nuca… Per esempio, lo spettro paterno. Perchè alla fine? Io lo sposterei all’inizio. In modo che il monito del padre domini subito il comportamento del giovane principe e lo metta in conflitto con la madre.
– Mi pare una buona idea, si tratta solo di spostare una scena.
– Appunto. E infine lo stile. Prendiamo un brano a caso, ecco, qui dove il ragazzo viene al proscenio e inizia questa sua meditazione sull’azione sull’inazione. Il brano è bello, davvero, ma non lo sento abbastanza nervoso. “Agire o non agire? tale è la mia angosciata domanda! debbo sopportare le offese di una sorte nemica oppure…” Perchè la mia angosciata domanda? Io gli fare dire:” questa è la questione, questo è il problema.” capisce, non il suo problema individuale, ma la questione fondamentale dell’esistenza. L’alternativa fra l’essere e il non essere, per dire…
Popolare il mondo di figli che andranno sotto un altro nome, e nessuno saprà che sono tuoi. Come essere Dio in borghese. Tu sei Dio, giri per la città, senti la gente che parla di te, e Dio qua e Dio là, e che mirabile universo è questo, e che eleganza la gravitazione universale, e tu sorridi sotto i baffi (bisogna girare con una barba finta, oppure no, senza barba, perchè dalla barba Dio lo riconosci subito), e dici fra te e te (il solipsismo di Dio è drammatico):” Ecco, questo sono io e loro non lo sanno.” E qualcuno ti urta per strada, magari ti insulta, e tu umile dici scusi, e via, tanto sei Dio e se tu volessi, uno schiocco di dita e il mondo sarebbe cenere. Ma tu sei così infinitamente potente da permetterti di essere buono. Un romanzo su Dio in incognito. Inutile, se l’idea è venuta a me dev’essere già venuta a qualcun altro.
Variante. tu sei un autore, non sai ancora quanto grande, colei che amavi ti ha tradito, la vita per te non ha più senso, e un giorno per dimenticare, fai un viaggio sul Titanic e naufraghi nei mari del sud, ti raccoglie (unico superstite) una piroga di indigeni e passi lunghi anni ignorato da tutti, su di un’isola abitata solo da papuasi, con le ragazze che ti cantano canzoni di intenso languore, agitando i seni appena coperti dalla collana di fiori di pua. Cominci ad abituarti, ti chiamano Jim, come fanno coi bianchi, una ragazza dalla pelle ambrata ti si introduce una sera nella capanna e ti dice:” Io tua, io con te.” in fondo è bello, la sera, stare sdraiato sulla veranda a guardare la Croce del Sud mentre lei ti accarezza la fronte.
Vivi secondo il ciclo delle albe e dei tramonti, e non sai d’altro. Un giorno arriva una barca a motore con degli olandesi, apprendi che sono passati dieci anni, potresti andare via con loro, ma esiti, preferisci scambiare noci di cocco con derrate, prometti che potresti occuparti della raccolta della canapa, gli indigeni lavorano per te, tu cominci a navigare da isolotto a isolotto, sei diventato per tutti Jim della Canapa. Un avventuriero portoghese rovinato dall’alcool viene a lavorare con te e si redime, tutti parlano di te in quei mari della Sonda, dai consigli al marajà di Brunei per una campagna contro i dajaki del fiume e riesci a riattivare un vecchio cannone dei tempi di Tippo Sahib, caricato a chiodaglia, alleni una squadra di malesi devoti, coi denti anneriti dal betel. In uno scontro presso la Barriera Corallina, il vecchio Sampan, i denti anneriti dal betel, ti fa scudo col proprio corpo – Sono contento di morire per te, Jim della Canapa. – Vecchio, vecchio Sampan. amico mio.
Ormai sei famoso in tutto l’arcipelago tra Sumatra e Port-au-Prince, tratti con gli inglesi, alla capitaneria del porto di Darwin, sei registrato come Kurtz orami sei Kurtz per tutti – Jim della Canapa per gli indigeni. Ma una sera mentre la ragazza ti accarezza sulla veranda e la Croce del sud sfavilla come non mai, ahi quanto diversa dall’Orsa, tu capisci: vorresti tornare. Solo per poco, per vedere che cosa sia rimasto di te, laggiù.
Prendi la barca a motore, raggiungi Manila, di là un aereo a elica ti porta a Bali. Poi Samoa, Isole dell’Ammiragliato, Singapore, Tanarive, Timbuctu, Aleppo, Samarcanda, Bassora, Malta e sei a casa.
Sono passati diciott’anni, la vita ti ha segnato, il viso è abbronzato dagli alisei, sei più vecchio, forse più bello, Ed ecco che appena arrivato scopri che le librerie ostentano tutti i tuoi libri, in riedizioni critiche, c’è il tuo nome sul frontone della vecchia scuola dove hai imparato a leggere e a scrivere. Sei il grande poeta scomparso, la coscienza della generazione. Fanciulle romantiche si uccidono sulla tua tomba vuota.
E poi incontro te, amore, con tante rughe intorno agli occhi, e il volto ancora bello che si strugge di ricordo, e tenero rimorso. Quasi ti ho sfiorata sul marciapiede, sono là a due passi, e tu mi hai guardato come guardi tutti, cercando un altro oltre la loro ombra. Potrei parlare, cancellare il tempo. Ma a che scopo? Non ho già avuto quello che volevo? Io sono Dio, la stessa solitudine, la stessa vanagloria, la stessa disperazione per non essere una delle mie creature come tutti. Tutti che vivono nella mia luce e io che vivo nello scintillio insopportabile della mia tenebra.
Vai, Vai per il mondo, Guglielmo S.! Sei famoso, mi passi accanto e non mi riconosci. Io mormoro tra me essere o non essere e mi dico bravo Belbo, buon lavoro. Vai vecchio Guglielmo S., a prenderti la tua parte di gloria: tu hai solo creato, io ti ho rifatto.
Noi che facciamo partorire i parti altrui, come gli attori non dovremmo essere seppeliti in terra consacrata. Ma gli attori fingono che il mondo, così com’è, vada in modo diverso, mentre noi fingiamo de l’infinito universo e mondi, la pluralità dei compossibili….
          Come può essere così generosa la vita, che provvede un compenso tanto sublime alla mediocrità? “
 
 

Ecco qui, citato direttamente dal libro. Mi ha appassionato perchè è qualcosa di particolare che in altri libri non ho mai trovato, un volo di pensieri così profondo. Che mi prendesse tanto. Voi? Cosa ne pensate? Avete letto qualcosa di Umberto Eco?

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4 pensieri su “Umberto Eco – Il pendolo di Foucault.

  1. ho letto in nome della rosa, diverse volte. poi mi sono arenata sull’isola del giorno prima. il pendolo di foucalt temo di averlo solo sfiorato….. ora rimedierò

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