[Recensione] Roma (1972)

 

fonte: web

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Il genio e la creatività di Fellini, lo portano a ringraziare a modo suo, la città che l’ha partorito, professionalmente parlando. La Roma che gli ha permesso di crearsi una carriera dapprima giornalistica, poi radiofonica, e poi cinematografica, l’ha voluta omaggiare in molti dei suoi film, come dapprima “I vitelloni”, “ Amarcord” e ricordiamo bene “La Dolce Vita”. Ma nel ’72, dopo aver dato vita a film che hanno segnato tutti gli anni ’50 e ’60, celebra questo suo amore profondo per la città, in un film omonimo. E’ questo che spinge Fellini a intitolare un film intero “Roma”. E vi dimostra tutte le sfaccettature di una città non comune.

Il film non ha una trama precisa. Sono semplicemente vicende, raccontate una dietro l’altra, non hanno punti in comune, tranne uno: la magia di una Roma fascista, con una velata dose di satira. Le vicende sembrano quasi un climax, un’ascensione verso un lato di Roma sempre più estremo, negativamente parlando, ma che servono a capire sempre più questa complicata città, ed ogni suo dettaglio.Uno studente appena trasferito che si ritrova a fare una mangiata davanti ad un ristorante insieme a un sacco d’estranei, è Roma. Con tanto di canzoni tipiche al mandolino, la Roma de “l’oste ar vino c’ha messo l’acqua.”. Ciò che è Roma è anche boriosità, cafoneria, che lo si può notare durante uno spettacolino comico interrotto da villani con maleducazione, imprecazioni, nessun rispetto per il pudore. Perchè i Romani di Fellini sono un po’ l’uno e l’altro, famigliari, affettuosi, ma anche un po’ cafoni, ma tutti variopinti. Ma Federico racconta anche i lati “oscuri” nel suo amabile film, quelli che un po’ scandalizzano, spaventano. Siamo negli anni ’40, poco prima della Guerra, con la paura della popolazione ogni qualvolta suonava l’allarme anti bomba e ogni volta si doveva scappare a casa, pur di non trovarsi per strada. E s’inquadra la paura dei cittadini, e il sostegno che ci si dava a vicenda. Ma insomma, Roma è la città sempre attiva, sempre in movimento, caotica. Con attorno, citando dal film, il raccordo anulare, “ che lo circonda come un anello di Saturno”. Mentre e i vigili deviano il traffico, e le tifoserie senza rispetto. Fellini narra della Roma delle puttane di basso livello, quelle che i marinai e i soldati andavano cercando pur di soddisfare le loro mancanze. O delle puttane d’alto borgo, quelle più fini, quelle più intriganti di cui un giovane ragazzo, una personificazione di Fellini, potrebbe innamorarsi. Quest’ultima vicenda diventa metafora, di quella Roma abusata e usata da tutti, che tutti possono conoscere. Uno dei motivi per cui la locandina del film è postata da una donna con tre mammelle, come la lupa capitolina. Roma, e la sua immane, immensa, interminabile cultura, tutt’ancora da scoprire, piena di scavi archeologici e di templi sotterranei, con costruzioni metropolitane interrotte pur di continuare a scoprire. E uno dei punti su cui ti fermi a riflettere è il viso colpito e stupito e soddisfatto, e ancora emozionato di colui che scopre questo tempio sotterraneo di cui si parla nel film. Il primo a varcare la soglia, e Fellini ci rende partecipi in questa parte del film, come se anche lo spettatore fosse il primo a scoprire la storia di Roma, anche se in modo fittizio. Di fatti la Roma storica viene trattata con cura e con i guanti dal regista, citando ogni aspetto tipico e non, come gli affreschi risalenti all’impero Romano, la bocca della verità. Oppure la scultura dell’alto rilievo o ancora delle catacombe, quasi infinite. Con satira e critica, Fellini critica il clero, in maniera quasi esagerata, rappresentando un importante figura vescovile che assiste ad un défilee di abiti per ecclesiastici. Qui si ammirano ecclesiastici che sfilano in abiti rossi di raso con i pattini, luci intermittenti in una corona velata attorno all’abito e alla testa. Piume di struzzo pur di far ammirare quanto sfarzo possa essere importante per i prelati. Che il vescovo non può non notare, e non lo nota sul serio perchè durante la sfilata non rimane sveglio.

…. Beh, mi scuso per essermi dilungata sulla trama, ma ci sono ancora tanti dettagli da raccontare su questo film, che fa un ritratto quasi a 360° dell’intera città. I personaggi e i loro costumi, come d’altronde la sceneggiatura, sono tutti a ruota libera, si raccontano. Attori protagonisti non famosi, per narrare le vicende dello stile di vita in una città che non ce ne sono al mondo. Vedendo un film del genere quasi ti nasce un po’ di patriottismo e di orgoglio per tutte le bellezze di Roma.

Il lungo metraggio è stato presentato al 25° Festival di Cannes, come film fuori concorso, vincendo inoltre il Gran Premio della tecnica al film, vincendo nastri d’argento per scenografia e costumi e candidato ai Golden Globe. A fare da cammeo per elogiare la città, ci sono Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Gore Vidal, e per ultima, forse la più importante, Anna Magnani, che impersonano tutti sé stessi. Anche Vidal, in chiave post apocalittica, citando dalla sua scena “è una città stupenda dove aspettare la fine del mondo quando arriverà l’apice dell’inquinamento e della sovrapopolazione. E con questo film, la Magnani con una semplice battuta, chiude la sua brillante carriera. Sarà la sua ultima apparizione cinematografica. Ed è proprio con i 20 minuti di finale che ci si emoziona. S’inquadra il fragore del silenzio e della Roma notturna che s’inquadra, con tutti i suoi monumenti. La dolcezza del centro romano e la malinconia di strade vissute ed amate da ogni scrittore che ha avuto modo di toccarla. Roma è vita, che termina con un giro notturno in moto con i fari che illuminano ogni suo fantastico paesaggio. Come il giro di una vita, che se si potesse, si concluderebbe con un giro intorno ai quattro leoni della Fontana a Piazza del Popolo.

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