[Recensione] Alice nel Paese delle Meraviglie (libri)

 

fonte: wikipedia

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Per tuffarsi nel mondo della fantasia non serve essere J.K. Rowling, o un’erede di Tolkien. E neanche Martin. Basta avere l’immaginazione di un bambino e la logicità di un adulto. Dunque ne viene fuori l’importante e il magnifico lavoro prodotto da Lewis Carroll.

Dopo aver fatto passare l’enfasi mediatica che s’era abbattuta qualche anno fa all’uscita del novello film di Tim Burton, Alice in Wonderland, ho deciso di leggere quel capolavoro da cui prende spunto. Ma molti, sopratutto coetanei, hanno tentato di dissuadermi dall’intento, parlandomene come un libro infantile ed una perdita di tempo. “Leggiti 50 sfumature di grigio.”. Cercando di non soffermarci sopra la lettura che m’è stata consigliata, ho deciso contrariamente di leggere entrambi i libri di Carroll, in inglese. Sopratutto perchè il linguaggio articolato del libro, ha reso difficile la traduzione in italiano. Certo sono presenti edizioni italiane, ma ci sono alcuni dettagli che son stati tradotti “alla meglio”. (E poi, vogliamo mettere il confronto con la letteratura inglese?)

Quando ho finito di leggere entrambi, ho capito d’avere a che fare con delle trame che sono infantili sì, per quell’idioti che non capiscono la differenza tra la fantasia e chi non riesce a vedere al di là del proprio naso.

Per chi non conoscesse la storia, Charles Lutwidge Dodgson, pseudonimo di Lewis Carroll si trovò una mattina in barca con Robinson Duckworth e le tre sorelline Liddell, figlie del rettore dell’università nel quale Carroll insegnava e al quale era molto legato. In quel viaggio, Carroll inventò per le 3 bimbe, la storia in linee di massima, della curiosità di Alice e di quello che trovò inseguendo non solo il coniglio bianco ma anche la sua curiosità. Dopodichè mise per iscritto la sua storia proprio come l’aveva narrata, e lo regalò alla sorellina di mezzo, 10 anni, la piccola Alice Pleasance Liddell, la vera “Alice”. Solo pochi anni dopo, fu corretto da un editore e divenne un vero e proprio romanzo con le illustrazioni e disegni di John Tenniel.

fonte: wikipedia

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(foto di Alice Liddell )

Scritto nel 1865, pieno di illusioni, poemetti, proverbi risalenti all’epoca vittoriana, a livello di struttura letteraria è unico. Presenta uno stile di letteratura al pari di una fiaba articolata.

Ed e’ per questo che con semplicità e non chalance, Carroll racconta la storia di una bambina in un giardino con il suo gatto, che attirata da un coniglio con il panciotto si ritrova in una valle di lacrime (le sue), diventando alta neanche quanto un mignolo passando poi per una foresta e arrivando nel castello del regnante. Si ritrova a dover fronteggiare il mondo delle altezze, con cibi che l’ingrandiscono e la rimpiccioliscono mentre ha a che fare con personaggi strambi e pazzi. Alcuni sono personaggi in carne ed ossa davvero caratteristici come la viziata ed “esigente” Regina di Cuori con la sua corte di carte da gioco, o il Cappellaio Matto con il suo tè. Altri personaggi, addirittura più strambi degli esseri umani, sono gli antropomorfi, animati che pur mantenendo la loro estetica naturale, sono vestiti di tutto punto come il Bianconiglio con un panciotto, il Brucaliffo o lo stregatto. Questi ultimi si pongono nei confronti di Alice quasi fosse del tutto pacata quasi, appartenesse a quel luogo di matti. Tanto da far pensare ad Alice di essere totalmente impazzita. Per fortuna la piccola si sveglia proprio dov’era prima d’inseguire il coniglio bianco e pensa d’avere solo sognato.

Con una trama del genere era impossibile non avere fama e onori. Così visto l’esito positivo del primo libro, a 5 anni di distanza dall’uscita del primo manoscritto, Lewis Carroll, dedica alla piccola Alice un ulteriore narrazione, “Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò” uscito nell’anno 1871. Questo racconto risulta essere più malinconico del precedente, sopratutto per i pessimi rapporti instaurati con la famiglia Liddell, in quanto Carroll fu accusato di pedofilia.

Dunque, a 6 mesi dal ritorno di Alice nel “mondo reale”, la bimba giocando con il gattino, si chiede cosa ci sia al di là dello specchio. Così, arrampicandosi sul camino, passa attraverso lo specchio e si ritrova in una realtà quasi parallela, come fosse appunto, dall’altro lato dello specchio. Si imbatte in una grande scacchiera contornata da siepi, alberi, boschi e ruscelli. Ogni personaggio che incontra è un pezzo della grande scacchiera. A partire dai gemelli Tweedle Dee e Tweedle Dum, a finire a Humpty Dumpty e i loro giochi di parole. I fiori chiacchieroni incorniciano la scacchiera come delle pedine. Ci sono anche le due regine, una bianca e una rossa, a cercare di spronare Alice a dare scacco matto al Re Rosso e diventare l’unica grande Regina. E quando la piccola si sveglia, diventa ancora più conscia del suo strano volo di fantasia. Come se maturasse pagina dopo pagina a differenza del primo libro.

La diversità nei due libri non è solo nei personaggi, ma sopratuttto nelle trame. Il dolce e allegro Carroll ne “Il paese delle meraviglie” onora la semplicità, e l’infantilismo, con una sana dose di fantasia e un pizzico di realtà e critica. Difatti, gli animali, accentuano in modo molto lieve, l’ipocrisia dell’essere umano portato nella società, come il sottomettersi dell’intera corte di carte da gioco ai voleri della regina di cuori, al pari di un potere incontentabile e pretenzioso. Qui è palese la sottile critica alla società di quel tempo, da parte dell’autore. Gli antropomorfi del libro inoltre, sono una trasposizione dell’essere umano ottocentesco, sottolineando quelle caratteristiche umane di follia ed estrema eccentricità. Per fare un esempio il sempre sorridente, e allucinato, Stregatto. Lui è il soggetto che rappresenta al meglio quella follia che caratterizza tutti i personaggi del libro.

fonte: wikipedia

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Nei due libri vige sempre quella dose di follia e di nonsense, ma che viene spiegato in maniera talmente tanto logica che non hai il coraggio di ribattere. Come d’altronde le ambientazioni, che pur essendo fantasiose, hanno ancora quelle piccolezze di “normalità” che in contrasto con l’illogicità, porta il lettore a incuriosirsi sulla trama reale ma fantasiosa.

Un altro dettaglio, che permette di classificare lo stile di Carroll unico al mondo, non è solo i poemetti e le parodie di canzonette o di poesie, o di proverbi modificati in “Alice in Wonderland”. Ma sta proprio nel linguaggio. Le parole usate in “Attraverso lo specchio” fanno parte del vocabolario vittoriano, ma non sono poche quelle inventate di sana pianta. Vocaboli che, hanno tuttavia un vero e reale significato. Come dice l’uovo Humpty Dumpty nel libro, “Quando uso una parola, ha sempre il significato che io gli do, esattamente quel preciso significato.” D’altronde se un uovo ti dice che “agiluto” significa “agile”, non puoi controbattere. Anche perché è dello stile prettamente Carrolliano di cui stiamo parlando, inventore della linguistica “Jabberwocky”, uno stile di scrittura che pone il lettore davanti a degli incroci di neologismi. Se nel libro leggete “tospi”, spiega che è un incrocio tra un tasso e una lucertola. O il “trugone”? Non ne avete mai sentito parlare? Ma come? Quel maiale verde che “strinisce”? (= a metà tra lo strillare e il fischiare). Devo continuare?

Eppure, nonostante la peculiarità innocente e fanciullesca dell’eterno bambino che c’è in Lewis, “Attraverso lo specchio” contrariamente al primo scritto, ha un’atmosfera molto più grigia, malinconica. E sebbene nel libro ci sia scritto che sia passato solo metà anno, l’Alice che torna nel paese delle meraviglie dà la netta impressione d’essere più adulta e più consapevole di morali o di etiche più adulte. E si risolve l’enigma esattamente alla fine del libro, dove lo scrittore dedica un poemetto ad Alice Liddell, in cui la prega di non perdere la sua dolce e beata innocenza infantile nel corso degli anni. Distinguendosi con particolarità anche in questa dolce prosa, le iniziali di ogni verso, portano a formare l’intero nome della piccola Alice.

Ecco come Lewis Carroll conclude non solo il suo viaggio, ma anche quello di Alice nel mondo delle meraviglie. Con un bellissimo giro di metafore, di allegorie, di similitudini che un buon lettore ed un occhio attento dovrebbe riuscire a captare. Non include solo un messaggio morale, la critica all’ipocrisa sociale e dell’individuo portato in società. Ma muove una critica in stile fanciullesco al mondo adulto, quando il bambino che è in ognuno di noi, si perde e chissà dove va a vagare, se non perso in un paese delle meraviglie. Forse è proprio lo spronarci a non perdere mai la voglia di sognare, perchè come scrive lui: ”Life, what if but a dream?”.

       «Allora dovresti dire quello a cui credi», riprese la Lepre Marzolina.
       «È quello che faccio», rispose subito Alice; «almeno credo a quello che dico, che poi è la stessa cosa.»
       «Non è affatto la stessa cosa!» disse il Cappellaio. «Scusa, è come se tu dicessi che vedo quello che mangio è la stessa cosa di mangio quello che vedo!»

 

-Annu

I disegni di questo articolo sono quelli originali inseriti nel primo manoscritto, l’autore è John Tenniel.

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