[Recensione] Repulsion

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Thriller, bianco e nero. Anno 1965. Il regista ha portato ancora l’atmosfera noir dei film non ancora a colori, negli anni ’60. Sicuramente lo conoscete, è un Roman Polanski. Porta il suo secondo lungometraggio al Festival Del Cinema di Berlino, vincendo il premio speciale per la regia. Protagonista una giovane e bellissima in modo così naturale, Caterine Deneuve. La fragile Carol, 20enne o poco più è soggetta alle sue turbe mentali, e molto spesso si isola dal mondo anche durante il lavoro, nel salone di bellezza o ancora mentre è in compagnia. Troppo attenta alle sue paranoie che alla realtà di tutti i giorni, se ne prende cura la sorella Hélène. E quando parte per una decina di giorni, Carol si rinchiude ancora di più nel suo mondo e nei suoi incubi peggiori. La nostra giovane, non è solo la tipica ragazzina fragile, che cammina a testa bassa, timidissima e che non guarda negli occhi di nessuno. La paura la muove, la fa intimidire, ma questa volta la paura la muove in un modo che nemmeno immaginiamo. Proprio come la crepa sul muro nel suo appartamento, che l’angoscia tanto, il tormento dentro di lei la spezza letteralmente in due, e si lascia andare alla disperazione. Certo pensare che da una crepa sul muro possa far crollare l’appartamento, o immaginare una persona che irrompe in casa e abusa di lei, non è nulla in confronto a quanto realizza alla fine.

Polanski non ritrae solo le turbe psichiche di una ragazzetta instabile, ma ingigantisce tutto ciò che racchiudiamo dentro di noi. E rende questo lungometraggio un ottimo thriller ansiogeno contornandolo di valori semplici come il sostegno di un’amica o il sentimento d’amore che si prova per qualcuno.

La prima ora e dieci il film è introspettivo, profondo, curato nei più piccoli dettagli e la semplicità è ciò che Polanski predilige, poichè lo spettatore, porga l’attenzione anche sulle minime cose, come ad esempio la signora che fissa il litigio tra Carol, e Colin il suo fidanzato sul pianerottolo (messa in secondo piano, ma la curiosità del “intrusa” la porta quasi allo stesso livello degli attori principali); il ticchettio di un orologio che sembra essere sempre più veloce ma pesante, senza contare che lo scandire dei giorni o del tempo non è dato da quell’orologio, ma da dettagli “naturali” come dei tuberi lasciati a vegetare su un tavolo, o un coniglio spellato pronto per essere cucinato, che si deteriorano con lo scorrere del tempo, proporzionale allo stato d’animo d’oblio e decadenza della protagonista. Ma negli ultimi 40 minuti il film diventa frenetico: l’ultima parte è come una biglia all’inizio d’un piano ripido, e si susseguono scene sempre più crude, sempre più violente, con pochi dialoghi, ma al tempo stesso con sguardi pieni di parole di sconforto.    La Catherine Deneuve è stata davvero eccezionale. Il ruolo della protagonista, vista la difficoltà del character, è stato difficile da gestire, ma ha perfettamente incarnato il suo ruolo, creando empatia con lo spettatore. In un solo sguardo trasmetteva angoscia, paura, disperazione, l’Inquietudine vera e propria. E anche i personaggi secondari non son da meno. Nomi come Yvonne Furneaux, che interpreta Hélène, (Emma in “La Dolce Vita”), Patrick Wymark, il famoso Ispettore Barnaby, Ian Hendry che interpretava il Dr. David Keel nella serie Tv anni’ 60 Agente speciale. Insomma non sono nomi indifferenti. Un ottimo cast per un ruolo drammatico.

E’ un piacere notare come in un film in bianco e nero, il gioco di luci e ombre rende le location più “sentite”, più paurose. La retroilluminazione, le stanze che sembrano molto grandi, e la semplicità della colonna sonora fatto di ottoni, batteria e viola.

Vedere quanto vecchi film possano stimolarci e farci intimorire più di sangue, mistero, psico-killer degli horror di oggi, ci fa capire che ci servono le basi per apprezzare o, viceversa, disprezzare il cinema noir attuale. Da vedere ovviamente in casi d’estrema felicità e voglia di vivere. Altrimenti vi porterà a chiedervi che fine ha fatto il criceto che avevate a 5 anni.

-Annù

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