[Recensione] Out of Furnace – Il fuoco della vendetta

fonte: web

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Iniziamo col dire che i film drammatici oramai sono diventati con il tempo uno più simile all’altro, poiché ci basta mettere dentro un conflitto, un problema e come reagiscono tutti i personaggi. Di solito il tema principale è la morte, in altri il conflitto famigliare. In altri ancora possono essere o la sfida con sé stessi può essere una buona trama. Ma è il modo di dirigere che è differente di film in film. La cinematografia è la settima arte, e pochi sono i registi che rendono un film con delle potenzialità in un film stupendo.

La regia di Scott Cooper per Out of Furnace (Fuori dalla fornace) ma tradotto barbaramente in italiano in “Il fuoco della vendetta”, purtroppo non è riuscito nell’intento. In una malinconica e triste città di montagna, la monotonia di una quotidianeità basato solo sul lavoro in fabbrica vive la sua vita Russel Baze, anche lui in fabbrica, con un padre morente ed un fratello, Rodney, sull’orlo della confusione dopo esser tornato dalla guerra in Iraq. La sua vita cambia quando finisce in prigione per colpa di un incidente stradale che uccide due persone. In carcere, se la cava, ma è all’uscita dalla prigione il vero problema. La sua relazione con Lena è finita in malora, e suo fratello, interpretato finisce per osare sempre più nel mondo delle scommesse per esorcizzare la violenza della guerra, ma finisce in quell’orrendo e cattivo mondo della boxe clandestina. Ed è qui che inizieranno le grane. Il cattivo di turno, cattivo nello standard, è uno scommettitore assiduo e spacciatore, Curtis Degroat, che finirà da cacciatore di nuovi talenti per la boxe clandestina… a Preda.

Ma la trama non è innovativa, eppure sembrava davvero bastassero solo un paio di nomi del cast per attirare sulla visione. E nonostante la perfetta intepretazione di tutti, il film rimane comunque piatto, e non riesce ad integrare bene lo spettatore, lasciandolo gelido di fronte ad un film che dura ben 2 ore e la vera azione è solo nell’ultima mezz’ora. Protagonisti Christian Bale, che non ha bisogno di presentazioni, e Casey Affleck è il fratello perduto. Zoe Saldana è l’unica attrice. Affiancati da un cammeo come quello di William Defoe, una sorta di padre metaforico del giovane Rodney. Il cattivo, o finto cattivo, è interpretato da Woody Harrelson, un cattivo che si ha paura solo a guardarlo. L’antagonista è il male e la perdizione, e i protagonisti vengono attirati verso di lui come se fosse una calamita.

Ma se i protagonisti andassero solo in cerca del male, il film terminerebbe in breve. Sceneggiatori che tuttavia hanno saputo ricreare l’atmosfera degna dell’ambiente di montagna basato solo sull’industria. Colori spenti e grigi, neanche un’accenno di colori sgargianti per l’unica figura femminile che secondo me poteva essere sfruttata appunto per il suo lato femminile.

Scott Cooper in uno dei suoi primi lungometraggi, non riesce a condurre lo spettatore a desiderare vendetta, anzi. Già lo vedo lo spettatore medio, a sbadigliare di fronte all’ennesima mossa già prevista 20 minuti prima. E’ come se il regista sapesse di già che lo spettatore si aspettasse scene del genere, perciò non sembra quasi impegnarsi per stupire chi guarda. La già vista inefficienza poliziesca, la cattiveria animalesca, che incute timore solo se non si sa chi è Gargamella. Inoltre prevale la ricerca di sé stessi, la dolce e fredda vendetta, l’attesa e il bisogno di una retta via. Tragedie famigliari e ansietà blanda si mescolano in un film drammatico 2013. E la ricerca di redenzione e pentimento fa da strascico finale al film, insieme alla voglia di vendetta che si esalta per l’ultima parte del film.

Il film ci porta a riscontrare dettagli, poco realistici, della giustizia fatta da soli. Percorsi difficili che potrebbero farci cadere in basso, ma se si prende in mano la situazione, tutto può condurci … fuori dalla fornace.

 

Russell: “Hai un problema con me amico”?
Curtis: “Ho un problema con tutti”

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