[RECENSIONE] Arancia Meccanica – A clockwork orange (film e libro)

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Non serve un’introduzione ad un tanto acclamato titolo. Una nomea che ha fatto scalpore nei castissimi anni ’70. Epoca in cui la violenza e il nudo erano considerate tematiche discutibili, figurarsi a leggerle o a metterle in video.
Di certo in pochi sanno dell’esistenza del libro. Per chi non lo sapesse, il signor Stanley Kubrick, nel 1971, ha voluto comprare i diritti del romanzo quasi autobiografico di Antony Burgess, scritto nel 1962, per farne un film.
E figuriamoci se un signor regista come lui non riconosca del potenziale in una bella trama.

La storia si basa sulla vita di Alexander “Alex” Delarge. 14Enne, appassionato di musica classica, che capeggia un trio di ragazzi suoi coetanei. Tutti loro sono accomunati dall’insensata voglia di violenza immotivata. Quand’è buio, il quartetto, picchia barboni, rapinano, violentano donne o entrano in conflitto con bande rivali. Ma una sera il povero Alex viene incastrato dai suoi “compari” in quello che sfocia da una rapina in omicidio. Deve quindi beccarsi 14 anni di prigione. Cercando di rigar dritto, il protagonista ode tra i corridoi della prigione, una terapia, che permette di uscire di prigione in fretta e di non tornarci mai più. Alex, incuriosito, si propone per questo “metodo Ludovico”, ma si renderà conto troppo tardi cos’è in realtà. La terapia consiste nel cambiare totalmente la personalità dell’individuo da violento a pacifico, da pervertito a pudico tramite delle dose massicce di droghe che provocano nausea durante scene di film di violenza. Questa cura prende il nome da Ludwig Van Bethoveen, poiché le musiche che vengono utilizzate in sottofondo durante la proiezione dei film sono del celebre autore. Dopo i 15 giorni di terapia, Alex è una persona che anche se volesse, non riuscirebbe più a picchiare o violentare qualcuno. Ma si ritrova a fare i conti con quello che la società rivede in lui, e di certo non qualcuno di diverso. Portato alla pazzia, Alex ritorna tuttavia ad essere quello di prima.

Data la perfetta interpretazione del cast, il film ha reso parecchio. La particolarità del cast è nell’essere tanto freddi e distaccati dal sembrare di non avere dentro di sé nessun tipo d’umanità. Eppure con poche frasi riescono a catturare lo spettatore. Nomi rari, che Kubrick ha riutilizzato in altri suoi film, come Patrick Magee, Warren Clarke, James Marcus e David Prowse. L’ultimo, che impersonava l’aitante guardia del corpo dello scrittore picchiato, è lo stesso attore che ha anche interpretato Darth Vader nella trilogia di Lucas.
Ed un GRANDIOSO, INQUIETANTE e fenomenale Malcolm McDowell ha incarnato il ruolo di Alex. Ha svolto un lavoro che dire eccelso è dir poco. Data la complessità del personaggio, bisognava trovare un attore che t’inquietasse solo col sorriso e ricreasse le mille sfumature della personalità di Alex. E McDowell dapprima cattivo e spietato, dopo mansueto come un agnellino ha portato avanti un così bel lavoro, che quasi ti rende partecipe della storia.
D’altronde, con un regista come Kubrick, che sanno tutti che dietro la macchina da presa pretende davvero tanto, è impossibile non essere “perfetti”. Addirittura durante la scena della “cura Ludovico” l’attore è stato per diverso tempo con le palpebre spalancate da un dilatatore oculare. Costò al protagonista una lesione alle cornee. E nonostante le due settimane di cure a base di morfina, Kubrick, insoddisfatto della scena, volle un nuovo ciak. Ancora, durante la scena in cui Alex viene picchiato con la testa in un abbeveratoio, McDowell ha dovuto restare in apnea per quasi un minuto, causa la mancanza di effetti speciali. E proprio per questo motivo, Kubrick utilizza faretti di luce chiara (come la scena dove il ministro mostra il cambiamento di Alex) e gioca sui colori dell’arredamento e sui vestiti dei personaggi.
Le ambientazioni eccentriche di una moda futuristica con dettagli vintage, sottolineano il trash scenografico. Basti pensare al korova milk bar, o come le camere dell’appartamento di Alex.
Inoltre per poter filmare ogni dettaglio e riprendere il personaggio nel suo contesto, Kubrick utilizza le inquadrature con lenti e puliti carrelli all’indietro. E tramite questi focus, il regista riesce ad esprimere ogni tipo di sentimento, da quello più positivo a quello più negativo. Kubrick utilizza dunque inquadrature dinamiche quando inquadra quasi in primo piano Alex e i suoi turbamenti (soprattutto verso la fine del film); inquadrature a mezzo busto e statiche per inquadrare gli altri personaggi e il loro netto e distaccato equilibrio rispetto al protagonista. La musica, ultima ma non per importanza, è ciò che contraddistingue il film di Kubrick come quello più musicale del regista. L’ennesima allegoria del film, dove la musica è sempre stato monito e stimolo dell’anima. Poichè, proprio come Alex, anche noi quando troviamo una canzone che ci piace, perdiamo, anche per un attimo, il nostro libero arbitrio.
Ma torniamo al libro. Antony Burgess, anno 1962. Lo scrittore si mette all’opera per scrivere il suo romanzo nel suo studio, quand’ecco suona qualcuno alla porta di casa. La moglie di Burgess apre la porta e sono 4 soldati americani ubriachi che irrompo in casa. Questi, proprio come i protagonisti del racconto, iniziano a malmenare e a violentare la moglie che sopravvivrà a stento dopo il ricovero. Da qui Burgess prende spunto per il suo nuovo romanzo distopico su tutto ciò che c’è di negativo sulla società. Ma per cosa sta esattamente il titolo “Arancia meccanica”? Lo scrittore ha più volte ritrattato sull’argomento: dapprima aveva precisato che fosse un modo di dire inglese, “ a clockwork orange”, che starebbe per “sballato come un arancia ad orologeria”. Ma nel ’69, in una lettera al Los Angeles Times, sintetizza la frase in maniera generica. Cerca di definire l’uomo come un assoluto istinto animale simile ad una scimmia, (quindi Urang in giavanese), che si azionano in maniera meccanica. Da qui l’associazione fonetica tra la bestia e il frutto “orange”. Un’altra particolarità del romanzo sta nel linguaggio utilizzato: mescolando parole del lessico comune con il Nadsat, uno slang inglese con influenze russe. Questo gergo era spesso utilizzato dalle generazioni giovanili degli anni ’70. Quindi “una tazza di tè”, diventa “una tazza di cià”; “Testa”, viene definita “gulliver”; “Devotchka” è il termine russo per definire “ giovane donna”, e così via. E se all’inizio del romanzo sembra quasi che l’autore ti stia prendendo per i fondelli, alla fine del libro ti rendi conto di essere incappato in un qualcosa di raro, stilisticamente parlando. E lo stile linguistico è un dettaglio che Kubrick ha portato anche nel suo film, oltre alla narrazione. Alex, racconta la propria storia in prima persona, sembrando quasi una vittima un po’ infantile delle situazioni che gli sono capitate.
Ma le differenze tra libro e film ci sono e non sono poche, a partire dal trattamento delle tematiche. Sebbene nel testo, i temi anche se velati si riescono a percepire, nel film vengono quasi messe in secondo piano. Il film viene visto dall’appassionato di violenza e di scene di sesso gratuita, e ne capisce ben poco su quanto in realtà Kubrick volesse “esagerare nei dettagli” per rendere ancora di più l’idea di distopia. Curando le ambientazioni in stile “trash avanguardesco”, le pettinature e gli abiti del cast.
Kubrick ha lavorato su questo film per sottolineare quanto la violenza generi altra violenza. E per sottolineare quanto la redenzione non sia abbastanza per i carcerati pentiti che cercano solo di ricominciare una nuova vita e la società ti vedrà solo e sempre come un omicida e colpevole. Questa tematica è chiara e comprensibile nell’ultima parte del romanzo e non circondata, come nel film, da sguardi lontani e schifati. Ed è la stessa tematica che muove Burgess per il suo libro, la visione completamente negativa della società che è la prima influenza di ogni criminale. Un’altra tematica importante, che passa quasi inosservata, è l’importanza del libero arbitrio. Un violentatore sa che ciò che gli piace di più è proprio il sesso, ed è nella sua natura e nella sua volontà bramare e cercarlo dovunque si possa trovarlo. Un omicida sa che è di suo gusto ammazzare, e (purtroppo per la società) lo fa, perchè vuole farlo e perchè è la sua volontà. Ma se un uomo viene privato del libero arbitrio non è altri che una “non scelta” propria, ma il far scegliere alla società. Ecco che dunque si ritorna al discorso che, non solo Alex ha sacrificato sé stesso per la società, ma che la società comunque non lo apprezza e lo ritiene un reietto. Fino a quando non compie un atto che suscita pietà, in questo caso il suicidio. Lì viene tutto (o quasi) perdonato.

Un’altra differenza sta nel finale. Nel ’62, all’uscita del libro di Burgess ci sono state due edizioni. Un’edizione uscita in America, l’altra uscita in Italia nel ’63. Quell’americana si concludeva esattamente come il film di Kubrick, in cui Alex dopo essersi defenestrato, ricoverato in ospedale, dopo molte cure, ritorna ad essere quello di prima. Quella italiana prevedeva un capitolo in più in cui Burgess, e il suo editore, hanno voluto aggiungere una sorta di epilogo più leggero, con il solo scopo di non essere censurato in altri paesi. Il capitolo in più racconta come dopo esser stato dimesso dall’ospedale e aver avuto il lavoro come compensazione del dolore subìto dal governo, Alex abbia formato un’altra banda con cui spassasserla. Ma pur essendo tornato alla sua solita vita, non provava più gusto per l’ultra violenza. E dopo aver incontrato uno dei suoi ex compari già sposato, Alex sembra abbandonare quella strada, e vuole solo mettere su famiglia avendo quasi dei flashback di lui con una vita diversa. S’immagina in versione più adulta, alla ricerca di una compagna per la vita. Dunque ecco che il personaggio finale, il 16enne Alex, cui il suo unico stimolo era l’ultra violenza, ora si ritrova ad essere passato all’età adulta, targando quel periodo di esagerata delinquenza, come una fase “adolescenziale”. Kubrick ha ritenuto la trasformazione di Alex un vero e proprio “smacco” per il personaggio, perciò s’è basato sulla versione americana.

Che dire, un film così complitato, di circa 2 ore, ed un libro di sole 135 pagine, hanno così tante sfaccettature e tanto da offrire ancora oggi dopo circa 50 anni dall’esordio. E bisogna saperle cogliere tutte ma non tutte in una volta, cercando di andare oltre all’apparenza e basarsi sul perchè dei dettagli.

-Annù.

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