[Recensione] Midnight in Paris.

fonte: web

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Film campione d’incassi, circa 151 miliardi di dollari in tutto il mondo. Vincitore pluripremiato “ Miglior Sceneggiatura”. Un Oscar, un Golden Globe, e vincitore del Broadcast Film Critics Association Award. E’ Woody Allen, non ha bisogno di presentazioni, né di meriti.
Vi basti sapere che dopo “Match Point”, girato a Londra nel 2005 e “ Vicky Cristina Barcellona” del 2008, il regista gira “ Midnight in Paris”, nel 2011 e stavolta si ferma a Parigi.

Parigi. La città dell’amore. La culla dell’arte del novecento, “la belle époque”, all’alba degli anni ’20. Il Charleston, il jazz. Le piume tra i capelli, i vestiti scintillanti, le perle. Il Titanic, le prime automobili, e le grandi feste per riunire tutta l’aristocrazia sotto un unico tetto. Tutti coloro che erano famosi. Letterati e artisti. Quelli sì che erano VIP. Il tutto sotto un’aura malinconica e felicità de “ la belle vie ”.

A riscoprire quest’epoca altro non è che un turista. Gil, uno sceneggiatore venuto da Los Angeles che visita Parigi. Gil è alla ricerca di un’ispirazione per finire il suo primo romanzo. In procinto di sposare Inez, è in totale crisi, poiché si rende conto che non sono certo pochi i casi in cui viene scoraggiato da lei, dai suoi amici e dai suoi genitori, americani superficiali e conservatori.

Una sera, durante una passeggiata nella Parigi notturna, davanti a lui si ferma una Citròen d’epoca: la prima auto degli anni ’20. Dei personaggi che non ha mai visto prima lo invitano a salire in macchina per andare ad una festa. Lo sceneggiatore, amante del rischio come tutti coloro che bazzicano Hollywood, sale in macchina. Ed è lì che tutto ha inizio.
Conosce Zelda e Scott Fitzgerald; ascolta la musica di Cole Porter dal vivo; parla di letteratura e riceve insegnamenti di vita dal grandioso Hemingway; si rivela a Man Ray, Buñuel e Dalì; fa leggere il proprio romanzo a Gertrude Stein, e alla fine s’innamora di Adriana, una delle amanti di Picasso.

Gil s’immerge totalmente nella magia culturale e artistica della “ generazione perduta”, fino all’alba. Con il finire della notte, il suo sogno s’interrompe ed una macchina lo lascia proprio dove l’aveva ripreso. Ma ogni sera la magia si ripete: alla mezzanotte un’auto passa a prenderlo, e andando per feste e tavole calde, conosce personaggi che hanno fatto la storia. Tutto questo porterà il protagonista a crescere, sia spiritualmente che culturalmente.

Capirà quali scelte prendere, influenzato da una chiacchierata e l’altra con Hemingway e affascinato dalle bellezze e dalla spensieratezza del sorgere di una nuova epoca.

La trama, per chi già è amante della belle epoque, è davvero coinvolgente. Midnight in Paris appartiene ad un nuovo periodo di Allen, dove cerca di sperimentare, lasciando i suoi amati grattacieli, e dirigendosi in Europa. Cerca di crescere, di andare avanti e di essere seguito da un pubblico colto. O che finge di essere colto. Non voletemene, non sto insultando il suo pubblico. Sto solo dicendo che capolavori come “ Io & Annie” o “ Provaci ancora, Sam!” erano geniali e altolocati. Queste pellicole puntavano ad un pubblico a cui piaceva la sua ironia, che non era per niente banale. Negli ultimi anni, vuoi per vecchiaia, la stanchezza, la lontananza da casa, o per la sindrome di Hollywood che alla fine commercializza tutto, ora il nostro regista punta al genere dei “Tragi-commedia” con più “commedia” che “ tragi”.

Sì, si respira del fresco e giovanile in questo film, ma parlando di testi, non ritroviamo più il “ Woody Allen arguto e brillante newyorkese” , ma ritroviamo le apparenze del suo cinema sempre più appiattito e sottile, in una trama che risulta prevedibile.

Stilisticamente è inattaccabile come sempre, non solo nel montaggio, ma anche nelle inquadrature. I tetti parigini, le strade fatte di san pietrini, la pioggia, i monumenti, e la magia notturna. Il tutto contornato da colori caldi, ingialliti per dare quell’idea di vissuto degli anni ’20. Dettagli che fanno la differenza nelle inquadrature del presente, in cui usa toni chiari e molto luminosi. Tipicamente usato da Allen, anche nei flash back. La sottile nota del regista americano, si nota anche nella scelta del cast.
La troupe d’attori, infatti, non poteva che ricadere su nomi già conosciuti in quel di Hollywood. I personaggi letterari e culturali sono interpretati da attori non da poco: Kathy Bates è Gertrude Stein; Tom Hiddleston è F.S. Fitzgerald; Adrien Brody fa da cammeo interpretando Salvador Dalì; Corey Stoll fa lo scrittore riflessivo Ernest Hemingway. Prende parte al lungometraggio anche l’ex prémiere dame, Carla Bruni che ha il piccolo ruolo di guida turistica.

La bella Adriana, è interpretata da una fantastica Marion Cotillard, alla sua ascesa nella carriera di Attrice. Brava, bella, perfetta interpretazione di donna “ anni 20” immersa nell’allegrezza dell’élite culturale, ma che in fondo nasconde un animo malinconico e triste, bisognoso d’amore.

Inez, la sposina che storce il naso e sminuisce Gil, è la bella Rachel McAdams, già nota per film come “ 2 single a nozze” o “ un amore all’improvviso”.

Ma il ruolo del protagonista, quello che appunto deve “ concretizzare ” il lavoro di Allen, è interpretato da Owen Wilson. Owen incarna perfettamente Gil, lo sceneggiatore abbatutto, insicuro, in cerca di certezze. In molti credono che addirittura interpreti Allen stesso, quando vaneggia con i suoi “ si, si, no, no.” Ugualmente un duro cammino, quello di Wilson, che in ogni scena cerca di far notare il suo lento ma profondo cambiamento nei confronti della realtà.

Gil infatti, riesce a capire solo alla fine del film, che pensare ad un passato ormai perduto è un’aspirazione ricorrente nell’animo umano, per tutte le epoche storiche. L’essere umano che preferisce guardare il passato che già conosce, piuttosto che accettare il presente e guardare con incertezza al futuro.

E dopo aver vissuto qualcosa di quegli anni, Gil decide di svegliarsi, perchè tra sogno e realtà, preferisce la realtà. Capisce che del passato, bisogna solo prendere il lato positivo. Ma non è necessario viverci. La spensieratezza degli anni 20, non è la superficialità, ma la voglia di prendere il bello della vita.

E per farlo bisogna abbracciare i lati negativi, perchè le insicurezze e le incertezze fanno parte del nostro cammino e se esistono, è per essere superate e migliorarsi. Il sogno non è altro che illusione. È vivendo nella realtà che traiamo il beneficio di ogni attimo. E nel film, questo è il concetto più chiaro.

<< Nostalgia è negazione – negazione di un presente doloroso… il nome di questa negazione è il pensare ad un’epoca d’oro – l’erronea nozione che vi è un periodo migliore di quello in cui si vive – è un volo nell’immaginario romantico di coloro che trovano difficile convivere con il presente. >>

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