Full Metal Jacket

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Era il l987 quando Stanley Kubrick forgiava un’altra delle sue perle. Questa volta diverge la sua creatività in una trama sempre attuale, e per certi versi meno “ cruda ” rispetto a quelle che ci aveva serbato come piatti caldi fin dal 1950. Full Metal Jacket, funge da finestra sul passato. Il regista ci porta a scavare drammaticamente nella tragica epopea della guerra vietnamita e delle disumane leggi militari americane. Ci troviamo nel Parris Island, Carolina del sud. Il sergente maggiore Hartman prende in affido 40 ragazzi, per addestrarli in sole 8 settimane come spietate macchine da guerra.

La durezza e la cattiveria con cui il generale sprona i suoi cadetti, arriva a modellarli come pezzi di creta nelle sue mani. Fantocci di carne, che devono solo obbedire. E questo arriva a farli impazzire. Nella prima parte del film, l’attenzione si focalizza sullo psicolabile e suscettibile Lawrence “ Palla di Lardo”. Il povero ragazzo non è in grado d’affrontare la dura vita di caserma e finisce per essere odiato da tutta la sua camerata. Il disagio tra i suoi compagni, la sua inadeguatezza nell’esercito e la ferocia con cui Hartman s’impone nei suoi confronti, lo portano al delirio, giorno dopo giorno. Non serve lo pseudo sostegno del suo compagno e co-protagonista Joker. E così, la triste storia di Palla di lardo, ha un tragico epilogo. La seconda parte del film si concentra sulla figura di Joker, diventato un militare-giornalista sul fronte di DaNang, in Vietnam. Joker incarna la figura di cadetto pronto per la guerra. Pronto a tutte le evenienze. Ma anche il soldato più pronto, rimane impreparato alle conseguenze più imprevedibili della guerra: la paura. Dunque i cadetti su campo, devono fare i conti con le molteplicità del conflitto, dove non esistono differenze, e spicca solo la crudeltà e il dovere di surclassare il nemico.

E’ così che Kubrick ha voluto portarci nel terribile mondo delle forze armate americane. In quel lontano 1968, mostrandoci quanto severe potessero essere le pratiche utilizzate per l’addestramento dei soldati e i loro obblighi. Plagiati, plasmati, i militari, venivano preparati per non avere rispetto per l’altro, uccidere era la parola chiave. Nella marina non esistono mezze misure, di certo i cadetti non posso uccidere per “la pace”. Possono solo uccidere… per uccidere.

Uomini, vestiti di crudeltà e violenza, hanno al loro fianco un unico spietato attrezzo e ragione di vita: il fucile. Pur di acquisire l’abilità di uccidere, il fucile è la loro donna. E viene curata come se fosse tale. Il loro fucile diventa il loro unico motivo per rimanere in vita, il compagno per la loro maratona di morte. Difatti è con le stragi che, testuali parole del Sergente Hartman << Dio si arrapa con i marines. E per far vedere che apprezziamo il suo lavoro, noi ammazziamo e gli mandiamo anime sempre fresche.>>. I cadetti, in effetti, vengono imboccati a cucchiaiate di ferocia e cristianità. Anzi, addirittura i soldati, venivano considerati uno strumento per APPREZZARE il lavoro di Dio. Religione e prepotenza, miscelare e aggiungere un pizzico di individualismo. Cuocere in un forno fatto di vittimismo, ed ecco dar vita ad un fenomeno mediatico niente male.

E’ questo ciò di cui era fatto il giornale “ Stars And Strips” per il quale scrive il soldato Joker alla fine del corso. Il quotidiano, si capisce dal lungometraggio, veniva sottoposto di giorno in giorno a sempre più censure. E si puntava sempre più al persuadere i lettori dall’altro capo del mondo, convincendoli che quella terribile campagna di morte era solo per la pace. E ne facevano audience parole come “ morti ”, “ vietnamiti ” e ancora “ sergente/generale/comandante ucciso.” E se per il lettore scatenava sgomento e disapprovo, il compagno che seppelliva il suo compagno, provava quasi invidia. Ogni volta che i soldati mettevano in una busta di plastica il loro commilitone per riportarlo a casa, lo guardano come se volessero essere al suo posto. Quasi “ meglio morti, che continuare ad uccidere.”

E’ dal genio di Kubrick, che vengono mossi questi dettami e dettagli così sottili e palesi, che bisogna fare attenzione per scrutarli. Sono i particolari ciò che distingue un film mediocre dal “ Kubrick’s Production”. Per chi ha già visto la pellicola, si ricorda bene “La Marcia di Topolino”, cantata in un momento molto importante del film. Mickey Mouse, metafora della famigliarità e dell’infazia, e sopratutto targato AMERICA, e quindi casa. Un particolare che troviamo in molti dettagli scenografici: nei cartelli di DaNang, la città vietnamita, oppure nella redazione del periodico. Come d’altronde le canzoni anni’70 che accompagnano attimi salienti del film, canzoni AMERICANE che tutti conosciamo e che è impossibile che non attirino l’attenzione. Ma a parte queste piccole caratteristiche, è proprio il costrutto del film che non ci fa staccare gli occhi dallo schermo.

Quel disagio ed empatia che ti fa vivere il film in maniera sempre più intensa. Vivendo con il protagonista attimi di terrore quando il suo fucile non spara il giovane nemico. O sperando che il Serg. Hartman non continui ad arrabbiarsi e a punire i soldati. D’altronde, con la consulenza dell’autore del libro di Full Metal Jacket, Gustav Hasford, veterano di guerra, lo spettacolo ricreato è stato favoloso. Dopo aver curato anche il montaggio e gli effetti speciali, i palazzi in fiamme e gran cura nelle scenografie. Bastavano quattro palme spelacchiate, due tramonti di cartapesta ed una serie di edifici in rovina bagnati dalle “guerriglia urbana”. Le rovine fumanti s’identificano sempre di più con l’affresco dell’Estinzione.

Tutto questo forgiato nella stessa Londra, ad essere precisi nei quartieri abbandonati del Sussex, riproducendo una Da Nang in piena guerra. E il cast, che seppur semplice, ha fatto la storia. Kubrick, nonostante la sua età avanzata nelle riprese del suo penultimo film, ha saputo dare un tono di spicco anche agli attori.Vincent D’onofrio, è il fragile Palla di Lardo e diventa a dir poco inquietante verso la fine. Matthew Modine, che ricorderemo meglio come coinquilino in mutande del timido Hugh Grant in “ Notting Hill ”. E il Sergente Maggiore Hartman interpretato da R. Lee Ermey. Aveva già partecipato a diversi film, tra cui “ Apocalypse Now”, e inizialmente fu chiamato solo in veste di assistente. Kubrick cambiò idea dopo aver visto un video di come addestrava i suoi uomini. Così il regista acconsentì affinchè Ermey scrivesse i propri dialoghi da solo. Lo definì «un eccellente interprete».

Uno splendido film. Ma d’altronde è Kubrick, che con questo lungometraggio vinse il Premio David 1988 per la Migliore Produzione Straniera. Lo stesso che ci diletta dal 1950 con le sue sublimi opere. Lo stesso Stanley Kubrick, che con il suo stile, feroce ma audace, ci dona ancora una pellicola carica di emozioni intense, un nuovo genere di cinema civile e partecipe ai temi più scottanti e impegnativi. Di tematiche sempre all’ordine del giorno, seppur prese sottogamba. Questo film è una lezione. Lezione di storia, di come per una scelta, in milioni ne hanno pagato le conseguenze. Lezione di storia del cinema Hollywoodiano, di come si fanno i grandi pilastri del cinema.

-Anna

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4 pensieri su “Full Metal Jacket

  1. recensione coi fiocchi per un film che avrò visto almeno dieci volte : Kubrick, assolutamente un genio. Grazie per questo volo 🙂

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