Decreto contro il Karoshi: dal Giappone una legge per tutelare i lavoratori

fonte: web

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L’estremo Oriente, parliamo di Cina e Giappone. Territori così tanto sviluppati da fare invidia a grandi paesi come Russia, Germania o addirittura l’America.
Il loro sviluppo li ha portati anni luce avanti sopratutto nel campo lavorativo. Lavoratori e stacanovisti gli orientali, non c’è che dire. Ma così come il lavoro procede alla grande, e così come vanno avanti le industrie e aziende, proporzionalmente ci sono molti morti e suicidi dovuti al “ troppo lavoro”.

Ebbene sì, lavoratori che muoiono per carichi di super lavoro. Aziende e fabbriche, che portano avanti le mansioni per più di 8-10 ore consecutive, senza sosta.
L’ansia del rispettare la puntualità nel lavoro e DEL lavoro. Lo stress del non riuscire neanche ad andare un attimo alla toilette perchè squilla il telefono e devi rispondere. Sono queste le cause più comuni del “ Karoshi”, termine giapponese per indicare le cause morti per lavoro. Karoshi inteso come infarto o ictus, altre volte si parla proprio di suicidi. Stiamo parlando di 2.000 suicidi l’anno, contati solo nel 2013. In calo rispetto al 2011 in cui erano stati contati oltre 2’689 suicidi. Ma le morti totali superano i 30 mila casi ogni anno dal 1998.
Il numero di morti resta più o meno lo stesso da qui a dieci anni. A nulla serve aumentare le feste pubbliche e i permessi. E’ il caso del giappone, in cui la popolazione nipponica tende ad evitare ogni “ scusa ” che li porti lontano dal lavoro giornaliero. Ciò che muove ogni lavoratore, che lo fa rinunciare a ferie pagate o feste pubbliche e permessi è il senso di devozione nei confronti della società. Pratico senso del dovere dello stesso dipendente, che si lascia fuorviare dal pensiero che lasciare il posto di lavoro prima del proprio capo sia disdicevole, maleducato e altresì poco rispettoso.
Le aziende giapponesi obbligano i propri dipendenti a fare straordinari, e non assumono nuovo personale quando ne hanno bisogno. La carenza di manodopera, costringe le imprese di alcuni settori ad avere dipendenti che lavorino più a lungo.

E’ fin dal flop economico del dopoguerra nipponico che i sindacati dei lavoratori tentano di trovare soluzioni, senza venir presi in considerazione. La vera svolta fu con il celebre caso del 1999. Giovane, 23 anni. Lavora per 15 ore consecutive, senza neanche la pausa pranzo. Yuji Uendan, ragazzo in preda ad una depressione causata dall’eccesso di lavoro, si toglie la vita, a Tokyo, nel suo appartamento di Kumagaya. Venne ritrovato con accanto una lavagnetta bianca dove abbozzava gli appuntamenti. Sopra scritta solo una frase, diretta e concisa “ Tutto il tempo che ho passato, è stato sprecato.”
Aveva lavorato per 16 mesi come ispettore d’apparecchiature per la produzione di conduttori. In stanze asettiche, con luce giallastra, senza finestre. Tipiche stanze di fabbriche iper industrializzate. Era una stanza della celebre ditta “ Nikon”. Si recava al lavoro con la sua divisa bianca sterile, e lavorava come se fosse la sua unica ragione di vita.
Yuji era stato assunto dalla Nextar per terminare i lavori alla Nikon. Tra viaggi e straordinari, con 15 ore a rotazione, Yuji raggiungeva circa le 250 ore al mese. Nessuno si stupisce che siano passati giorni prima di scoprire il suo cadavere.
Dopo essere state portate in tribunale, le due aziende Nikon e Nextar (oggi Atest), nel 2005 ha rimborsato la mamma del giovane con un bel risarcimento e sono state condannate per negligenza.
Le due aziende hanno fatto ricorso, e dopo la 13esima udienza in cui risultato ancora colpevole, la causa si è conclusa. Tuttavia, il risultato, è ciò che è stato smosso con questo tragico episodio.

Sopratutto dopo che l’organizzazione internazionale del lavoro (ILO) ha verificato le ultime statistiche: il Karoshi, oramai termine adottato anche nella lingua inglese, è un problema serio in oriente, soprattutto in Giappone. Il suicido supera i 30 mila casi ogni anno dal 1998.
La stessa organizzazione ha stimato il Giappone come la nazione con il primato di dipendenti che lavorano più di 50 ore a settimana. Constatando in seguito anche le quote delle ferie retribuite da parte dei dipendenti giapponesi che sono scese al 47%. E’ grazie a questi dati che finalmente il governo ha abbozzato un decreto di legge sul lavoro.

Per rispettare gli operai, le autorità vorrebbero portare il tasso di dipendenti che lavorano 55 ore e più alla settimana dal 9% al 5 % entro il 2020. La legge, che punta a voler evitare le morti per karoshi, esenterà dal rispetto dell’orario lavorativo dirigenti, professionisti e consulenti e tutti coloro che hanno un reddito di 10,75 milioni di yen l’anno, pari a 80,600 euro circa. Il Giappone, dunque tenta di fare passi.
Contando inoltre il decreto di legge che obbliga le imprese a concedere ai propri impiegati cinque giorni di ferie pagati, già passato al vaglio lo scorso Aprile, il paese continua ad avanzare verso una più serena condizione lavorativa. Ora ha messo nero su bianco, uno dei contratti di ferie più generosi al mondo, con 16 giorni di feste nazionali e una media di oltre 18 giorni di congedi pagati l’anno.
L’unico lato negativo della bozza di legge è che si teme possa aumentare sia il lavoro in nero e ancora prolungare di più gli orari lavorativi.

Nel paese nipponico, laddove si vive per lavorare, e non si lavora per vivere sarebbe bene che si facesse molto di più di così.
Se lo scopo è quello di diminuire le ore di lavoro per i dipendenti, senza rallentare la produzione, la logica ci suggerisce di aumentare i dipendenti. L’occupazione certo in Oriente supera il 60%, ma il restante 40% che non lavora? Potrebbero provvedere con meno ore per tutti, facendo subentrare altri dipendenti e diminuendo persino la disoccupazione.
Tuttavia ciò che davvero sarebbe di una certa utilità è forse far capire ai dirigenti il rispetto per ogni lavoratore. Quelle persone umili, che si rimboccano le maniche per fare soldi, che mandando davvero avanti le imprese. Milioni, miliardi di persone. Sono loro che smuovono l’economia. Non serve un encomio tutti i giorni per loro, ma riconoscere l’umiltà e la buona volontà con cui ogni lavoratore si alza la mattina e si fa le sue ore di lavoro senza fiatare.
Il lavoro nobilita l’uomo, come dice uno storico proverbio tedesco utilizzato sia da Charles Darwin

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