[Recensione] Youth

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Recensire un film di Sorrentino non è mai facile. I suoi lungometraggi sono intrisi di argomenti vasti, non sviluppabili in meno di 1000 parole. Hanno svariate piccolezze, rifiniture a grande respiro. “Youth” è così, da una storia semplice e drammatica ti fa riflettere su concetti della vita che classifichiamo come “punti fermi”.

Il film è ambientato in Svizzera, in una clinica del benessere. Si ritrovano qui tanti personaggi che incrociano le loro storie drammatiche. I principali protagonisti sono due vecchi amici, Fred Ballinger vecchio maestro d’orchestra oramai in pensione; (Michael Caine) e Mick Boyle (Harvey Keitel) un regista che tenta di girare il suo film-testamento. Entrambi si ritrovano a fare i conti con la loro vecchiaia e il capolinea dei loro mestieri di una vita. Entreranno in scena anche la figlia del maestro, Lena (Rachel Wzeis), appena lasciata dal marito, e Jimmy Tree (Paul Dano) un attore in crisi poiché ricordato per un vecchio ruolo. La trama si sussegue e fila liscio, creando intrecci tra i personaggi che devono fare i conti con le loro paure, con il loro passato e il loro futuro fino ad arrivare alla conclusione che ognuno di noi ha una soggettiva giovinezza.

La Giovinezza dei propri sentimenti, che anche quando si è vecchi fanno male, forse anche di più. La giovinezza inconsapevole, ma alle volte saggia, è quella dei bambini che sono per le cose semplici. La giovinezza, quella perduta troppo presto e che si tenta di riacquistare magari con un soggiorno nella clinica del benessere, in un emblema del disfacimento dei corpi che già si era visto come tema in ‘La grande bellezza’. Quella giovinezza che ti fa fare scelte sbagliate, inquadrato nell’inesorabile tempo che passa e corrompe tutto. La giovinezza dei mestieri come la musica o l’arte. Molti i temi trattati, ma quello che ci accompagna durante tutto il film è un ‘elogio della leggerezza’, non affatto ironico. S’inquadra il diverso ‘sentire’ delle generazioni a proposito di sentimenti, che è molto ben rappresentato nel film, con Caine che pur se in una situazione molto critica con la moglie, ha sempre trovato in lei la propria vera ‘musa’. La figlia immersa negli ‘impegni di vita’ delle nuove generazioni, in cui si lascia poco spazio ai sentimenti. Caine affronta il suo dolore nascondendosi dietro l’apparente apatia, un disinteresse ostentato, che sfiora il cinismo, verso le cose e le persone. Una lodevole interpretazione di cui non bisogna esserne così stupiti: c’è Michael Caine, che praticamente potrebbe fare film da solo; Harvey Keitel che nonostante i quarant’anni di carriera, ce lo ricordiamo ancora per il suo primo film “Alice non abita più qui” (1967) e… il Signor Wolf, in “Pulp Fiction”. Rachel Weisz, attrice che ha in sé una bellezza semplice e con uno sguardo ti ammalia; Paul Dano è l’attore in crisi, ma riesce benissimo nella sua parte, ha quel mistero addosso che non puoi altro che amare. Cammeo ad honorem per Jane Fonda, piccola parte da attrice in pensione attaccata ai soldi, ma grande ruolo. Ognuno di loro ha reso una perfetta interpretazione, che dà spazio allo spettatore per pensare e riflettere, perché ogni frase non è detta o lasciata al caso.

Ma d’altronde… è stato scelto tutto da Sorrentino. Non capisco perché, in questo mondo c’è ancora qualcuno che al solo sentire il nome di un film di Paolo Sorrentino, scappano via terrorizzati. Forse è un esagerazione, ma direi che non siamo tanto distanti dalla realtà. Partiamo dal presupposto che Paolo Sorrentino ha alle spalle circa 7 lungometraggi tutti molto acclamati, fin dal primo film “L’Uomo In Più” (2001) fino ad arrivare a “La Grande Bellezza”, con cui ha vinto l’Oscar. Anche il film vincitore dell’Oscar è stato a suo tempo attaccato da una parte dei critici e dei commentatori, incapaci forse di riconoscere il vero talento artistico o ostili a Sorrentino per chissà quali altre ragioni, o magari in preda a puro snobismo. Quindi non ci sono dubbi: che sia bravo dietro la camera da presa è un dato di fatto. Qualcuno ci crede in lui, perciò è coprodotto non solo da “Medusa Film” ma anche da altre società a livello europeo e con “Youth” non si è fatto un passo falso. Anche Sorrentino ci credeva, tuttavia nel film sembra essersi arrischiato, ma sempre con dovuta fermezza, tra i sottili pilastri di vita così fragili e deboli, sottolineando i suoi dettagli che fanno sì che anche una pallina da tennis su un campo da tennis venga notata. Nascosto tra le metafore più semplici, come la visione della vecchiaia tramite un cannocchiale e le sue diverse prospettive. Sommariamente parlando forse l’unico vero problema di Sorrentino è il suo amore per l’estetismo, che ogni tanto gli sfugge di mano. Eppure credo meriti di trovarsi tra i “Grandi Maestri Italiani”, anche per i suoi dettagli a livello tecnico.

Il lungo metraggio è coprodotto da Medusa per l’Italia e da varie società di molti altri Paesi La dote (o il difetto) di Sorrentino sta tutta nel suo perfezionismo. Le sue inquadrature e sono perfette al millimetro e alternandosi con i giochi di luce, rende un effetto drammatico ancora più notevole che non distoglie dai dialoghi o dalla sceneggiatura. Accompagnata del tutto dalla colonna sonora prodotta da fiati, da corde e tastiere, l’orchestra accentua ancora di più quella sfumatura di drammatico e allo stesso tempo dando una sfaccettatura ironica nel dramma.

Creando un armonia perfetta nel suo film, il regista, come in molte sue opere, ci rende partecipi della sua visione di vita, profonda e allo stesso tempo leggera. Un film che va visionato, per poter rendersi conto che la vita ha sempre tanto da offrirci.

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